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Insegnare a scuola mette
in contatto con le verità del giorno: è come raccogliere uova appena
fatte, ancora calde, magari con il guscio un po’ sporco. Gli storici
interrogano i secoli, ma in una classe di una qualsiasi periferia
italiana si ascolta il battere dei secondi. Ebbene, oggi una ragazza
di quindici anni, un’allieva che non aveva mai rivelato una
particolare brillantezza, ha fatto una riflessione che mi ha
lasciato a bocca aperta. Eravamo negli ultimi dieci minuti di
lezione, quelli che spesso si spendono in chiacchiere con gli
alunni. La ragazza raccontava di volersi comprare un paio di mutande
di Dolce e Gabbana, con quei nomi stampati sull’elastico che deve
occhieggiare bene in vista fuori dai pantaloni a vita bassa. Io le
obiettavo che è un po’ triste ripetere le scelte di tutti,
rinunciare ad avere una personalità, arrendersi a una moda pensata
da altri. E da bravo professore un po’ pedante le citavo una
frase di Jung: “Una vita che non si individua è una vita sprecata”.
Insomma , facevo la mia solita parte di insegnante che depreca la
cultura di massa e invita ogni studente a cercare la propria strada,
perché tutti abbiamo una strada da compiere. A questo punto lei mi
ha esposto il suo ragionamento, chiaro e scioccante: “ Professore,
ma non ha capito che oggi solo pochissimi possono permettersi di
avere una personalità? I cantanti, i calciatori, le attrici, la
gente che sta in televisione, loro esistono veramente e fanno quello
che vogliono, ma
tutti gli altri non sono niente e non saranno mai niente. Io l'ho
capito fin da quando ero piccola così. La nostra sarà una vita
inutile. Mi fanno ridere le mie amiche che discutono se nella loro
comitiva è meglio quel ragazzo moro o quell' altro biondo. Non cambia
niente, sono due nullità identiche. Noi possiamo solo comprarci delle
mutande uguali a quelle di tutti gli altri, non abbiamo nessuna
speranza di distinguerci Noi siamo la massa informe.
Tanta disperata lucidità mi ha messo i brividi addosso. Ho protestato,
ho ribattuto che non è assolutamente così, che ogni persona, anche
se non diventa famosa, può realizzarsi, fare bene il suo lavoro e
ottenere soddisfazioni, amare, avere figli, migliorare il mondo in cui
vive. Ho protestato, mettendo in gioco tutta la mia vivacità
dialettica, le parole più convincenti, gli esempi più calzanti, ma
capivo che non riuscivo a convincerla. Peggio: capivo che non riuscivo
a convincere nemmeno me stesso. Capivo che quella ragazzina aveva
espresso un pensiero brutale, orrendo, insopportabile, ma che
fotografava in pieno ciò che sta accadendo nella mente dei giovani,
nel nostro mondo. A quindici anni ci si può già sentire falliti, parte
di un continente sommerso che mai vedrà la luce, puri consumatori di
merci perchè non c'è alcuna possibilità di essere protagonisti almeno
della propria vita. Un tempo l'ammirazione per le persone famose, per
chi era stato capace di esprimere - nella musica o nella
letteratura, nello sport o nella politica - un valore più alto, più
generale, spingeva i giovani all'emulazione, li invitava a uscire
dall'inerzia e dalla prudenza mediocre dei padri. Grazie ai grandi si
cercava di essere meno piccoli. Oggi domina un'altra logica: chi è
dentro è dentro e che è fuori è fuori per sempre. Chi fortunatamente
ce l'ha fatta avrà una vita vera, tutti gli altri sono condannati a
essere spettatori e a razzolare nel nulla. Si invidiano i vip solo
perchè si sono sollevati dal fango, poco importa quello che hanno
realizzato, le opere che lasceranno. In periferia ho conosciuto
ragazzi che tenevano nel portafoglio la pagina del giornale con le
foto di alcuni loro amici, responsabili di una rapina a mano armata a
una banca. Quei tipi comunque erano diventati celebri, e magari la
televisione li avrebbe pure intervistati in carcere, un giorno. Questa
è la sottocultura che è stata diffusa nelle infinite zone depresse del
nostro paese, un crimine contro l'umanità più debole ideato e attuato
negli ultimi vent'anni. Pochi individui hanno una storia, un destino,
un volto, e sono gli ospiti televisivi: tutti gli altri già a
quindici anni avranno solo mutande firmate da mostrare e un
cuore pieno di desolazione e di impotenza.
(m.l.)

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